Fonderie Montini su Abitare 527

A leggere i giornali sembra che la ghisa, oltre al rame e all’ottone, sia entrata nell’empireo dei materiali da rubare e rivendere. Certo rubare un chiusino non è così agevole: pesa ed è ingombrante. E alla fine non è un gran guadagno. E allora perché? Forse c’è un fascino insito nella materia e nella tipologia di questi manufatti. È la ghisa con la sua densità e plasticità che rende memorabile il gesto ardito e criminale dell’ignoto ladro. In effetti il materiale ci appare antico, ha un allure alchemica. Il grande musicista Erik Satie (1866-1925) in deliziosi e calligrafici annunci pubblicitari vaneggiava di mostruosi castelli di proprietà del diavolo tutti in ghisa! Enormi monoliti metallici. La ghisa ci trasmette reminiscenze di antichi procedimenti, fuoco e zampilli, manufatti archetipici, decoro ambientale e primordi di meccanizzazione negli ambienti domestici.

Scenari che oltre ai ladri affascinano anche i designer. La materia ha una robustezza industriale che consente di mantenere intatta l’impronta della tecnica di fabbricazione. Le basi di uno dei più bei progetti di Enzo Mari, la serie di apparecchi di illuminazione Aggregato (Artemide, 1974) hanno la presenza e la finitura di un chiusino in ghisa. Ci mostrano l’industria e l’artigianalità, l’opera di ingegno e il fare collettivo. La ghisa è tutto questo, ma anche un materiale che invita e consente l’anonimato e una sorta di uso democratico. Le griglie stradali e i chiusini possono apparire un tema minore e di nessun interesse per il design. Sono semplici strutture. Servono a chiudere gli orifizi stradali, a raccogliere le acque consentendoci di camminare senza rischiare di cadere in qualche buca. Sono oggetti utili e modesti. Li calpestiamo continuamente, non ci badiamo e forse un tempo, fine Ottocento primi Novecento, presentavano qualche contenuto simbolico, erano uno dei temi dell’arredo urbano. Una bella raccolta la troviamo nell’articolo di Anthony Robinson, Design Underfoot pubblicato su un vecchio numero della rivista di grafica “Typographica” (n. 7, 1963). Le loro texture mostrano i segni di appartenenza a regni e istituzioni o la magnificenza di sistemi di decorazione.

Ricordano davvero antichi sigilli. È il lato comunicativo e di arredamento urbano del chiusino. Sono insoliti medium dove il progetto della superficie diventa un fenomeno percettivo che aggancia l’esperienza del cittadino con l’umile oggetto. Appare quindi interessante il progetto, lungamente gestito e accudito, di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni per una storica e moderna azienda del settore, la fonderia Montini di Roncadelle (Brescia). I progetti di Iacchetti e Ragni sono direzionati proprio verso il tentativo di ri-scrivere la connotazione decorativa della finitura superficiale del prodotto. E lo vogliono fare senza dimenticare che un sistema di segni può essere un utile indicatore e un cortese narratore.

Ma sono soprattutto consapevoli di poter operare dentro un registro nascosto. й un design celato che ricerca la sua forza nell’esser percepito come processo anonimo. Simula l’intuizione spontanea (dello sconosciuto artigiano) per la finitura del chiusino, sicuro che la costanza d’uso del manufatto faccia percepire una totale assenza di autorialità. Iacchetti e Ragni ricercano questa neutralità e “mettono sotto i piedi” il design con la “D” maiuscola.

La forza di questo progetto sta proprio in questo approccio concettuale, al di là del disegno delle decorazioni e delle significazioni delle texture proposte e oggi in produzione, che del resto rimangono e potremo leggere sotto i nostri piedi ogni volta che passeggiamo in città o attraversiamo la strada a passo d’uomo. [Mario Piazza]

Fonte:
Abitare 527 – 11/2012 
(Iacchetti + Ragni – Sotto i piedi / Underfoot – Brescia)

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